IL DIRITTO DI NASCITA
Un regno da noi non così lontano
è governato da un re veramente strano.
Prova a far bene, si vuole impegnare,
ma si circonda da sudditi bravi ad adulare.
E loro con arte puntualmente lo fanno,
a volte ricorrendo a qualche piccolo inganno.
Ma il re proprio non ne vuol sentir l'odore,
e dona loro tante ricchezze ed immenso onore.
Il re così è convinto di essere il migliore,
una brava persona dotata di umano calore,
un arbitro che giudica con giustizia ed imparzialità,
che con coraggio affronta delle decisioni l'impopolarità.
Chi gli ha fatto anche solo un piccolo torto
era solo un irriconoscente suddito, ora morto.
A nulla rileva che il re l'avesse già ingiustamente condannato:
il suddito è un suddito, e il diritto di replica mai gli è dato.
Chi una critica costruttiva vuol provare a fare
per il re è solo un altro stupido che lo vuole sfidare;
e se costui impertinente con le sue opinioni insiste
fa la fine del suddito di prima che già più non esiste.
Mai la mente del re si lascia per errore sfiorare
dal dubbio che egli possa una volta sola sbagliare.
Del resto tutti i suoi fedeli cortigiani, con affabilità,
sostengono fermamente convinti la sua infallibilità.
Ma un giorno, e temo che molto non si dovrà aspettare,
le conseguenze delle sue decisioni il re dovrà affrontare.
I cortigiani saranno già lontani in vacanza spaparanzati,
ed i buoni consiglieri saran già stati tutti giustiziati.
Allora il solitario re si renderà conto con alacrità
di quanto futile e stupida sarà stata la sua vanità
e che il suo forte coraggio e la sua infallibile giustezza
altro non erano che il miraggio della sua agiatezza.
Tutti gli specchi concordi non avranno la pietà
di nascondergli che in lui è forte solo l'umana viltà,
e che l'adulazione e tutte le false virtù
chiamano madre del denaro la schiavitù.
I bravi sudditi e degli amici la lealtà
mai si hanno per diritto di nascita in eredità,
ma bisogna saperli con saggezza conquistare
con la coscienza di poter sempre sbagliare.
Bisogna esser sempre leali, forti e coerenti,
a volte buoni, a volte con coraggio impudenti,
e se un amico per qualche critica si dovesse risentire,
varrà sempre la pena provare i buoni rapporti a ricucire.
Lo strano re di queste virtù non ha mai parlar sentito
e di essere rimasto solo sarà sicuramente alquanto stupito,
ma la sua profonda ignoranza non lo potrà certo scusare
per il male che durante la vita sarà riuscito a procurare.
Allora i sudditi non adulatori ma ancora sopravviventi,
potranno senza nessuno scrupolo sorridere contenti
perché va bene la comprensione, la mitezza e la bontà,
ma in certi casi è legittimo dimenticare di dover pietà.
La vergogna dovrebbe invece colpire implacabilmente
i cortigiani che prima incoraggiavano il re ignobilmente,
ma questa per lei un'impresa proprio disperata sarà:
loro avranno già trovato un altro re che li proteggerà.
La morale che si leggerà da questa storia infine
sarà che i cattivi re fanno quasi sempre una brutta fine,
e se questo in fretta non si dovesse avverare,
si può sempre regno decidere di cambiare.
Il problema vero sono quei maledetti inutili cortigiani
che come i scarafaggi si annidano anche nei posti più strani.
Di trovare rifugio da loro è meglio la speranza abbandonare:
di certi ruffiani, purtroppo, non ci si potrà mai liberare.